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lunedì 17 giugno 2013

My Caesar Salad con Salsa Senza-Nome e crostini speziati


La Caesar Salad naque nelle cucine di un ristorante a Tijuana, in Messico, grazie alla fantasia e all'estro dello chef italiano Cesare Cardini, emigrato negli Stati Uniti, dove mostrò la sua bravura e le sue doti culinarie, pur mantenendo sempre costante il ricordo della tradizione del "Bel Paese". Detto questo, a mo' di sapientona tutto-sa-e-tutto-dice, ammetto che, naturalmente e senza falsità, nel momento in cui lessi della Caesar Salad (che già conoscevo di nome e mangiata anche varie volte e vista in parecchi programmi di cucina), designata come ricetta del mese di giugno, beh - diciamola tutta - non avevo idea di come, quando, e soprattutto da chi fosse nata. E, come quando ci si interroga sul proprio naso dopo avercelo avuto in viso per tutta la vita (in maniera pirandelliana, esattamente!), mi son chiesta perché "Caesar". Oh, ciascuno, nella propria mente, si dà le spiegazioni che trova, mica argomentazioni da sofista, ecco! La prima cosa che pensai fu (è ridicola, ma ci sto scrivendo un post, quindi ve la devo dire per forza!) a Giulio Cesare intento a cucinare con la venerabile Julia Child. Forse di questa "fantasia" avrà colpa anche mio figlio, che ogni tanto ho sentito disquisire su argomenti di letteratura latina antica. Allora mi va di espandere questa mia (errata) associazione di idee, dettata dall'ignoranza e da un pizzico di follia sana, in una cosuccia che, al sol pensiero, mi fa sbellicare dalle risate. Ve lo prometto: dopo parlerò della ricetta, ma, prima, godetevi un po' 'sta scenetta (alcune frasi sono state realmente pronunciate da Julia Child, quindi non date a me la colpa!)


- Il dado è tratto, donna! - esclamò Giulio Cesare entrando con prepotenza nella cucina di Julia Child, allestita per un nuovo appuntamento del programma televisivo The French Chef. Le telecamere si spostarono al suo passaggio, tutti rimasero sbalorditi dai calzari, dalla toga e dallo spadone che teneva alla cintura. Qualche paggio lo seguiva (Bruto non c'era, aveva una congiura da preparare) e spargeva petali di rose dappertutto, invitando i cameramen a inchinarsi davanti al divo Cesare. Julia Child si stava sistemando la sua acconciatura sbarazzina e ripassava qualche battuta in francese che le casalinghe americane, in ogni caso, non avrebbero affatto capito. Udito il richiamo del generale, subito accorse a vedere che succedeva. Lo vide mentre cercava di convincere la truccatrice a giocare a dadi con lui, e allora, sagace com'era, fece un cenno al cameraman di turno. - Siamo in Onda!- disse lui, accendendo la telecamera. A causa delle luci accecanti dello show, Cesare si coprì gli occhi con la tunica, così come avrebbe fatto per non vedere le pugnalate di parecchi congiurati (era un tipo ripetitivo, Cesare). - Benvenuti nella Cucina di The French Chef, casalinghe degli Stati Uniti d'America. Oggi abbiamo un ospite ad allietare la nostra cucina: ecco a voi Giulio Cesare! - disse con aria comica Julia Child. Una telecamera fece il primo piano del viso di Cesare: una smorfia fu visualizzata negli schermi vecchiotti di americani affamati di hamburgers. cesare non capì cosa succedeva, ma stese al gioco. - Donna, se vuoi la pace, preparami qualcosa di buono! - disse alla cuoca, avvicinandosi ai fornelli. - Oggi si prepara la Caesar Salad, caro ospite, quindi cominciamo subito dal pollo. Sai, Cesare, massaggio sempre il pollo con una generosa quantità di burro. Perché? Beh, credo che al pollo piaccia. E cosa ancora più importante, mi piace farlo!- esclamò prendendo un buon petto di pollo. 


- Farai il massaggio dopo avermi cucinato un buon pranzetto! Dai a Cesare quel che è di Cesare, donna! - le rispose come comandando una legione. Si misero insieme a tagliare lattuga, a cucinare il pollo, a preparare la salsa. Cesare osservava con aria stranita i movimenti della donna e, ogni tanto, dava uno sguardo a quegli aggeggi luccicanti e riflettenti che lo attorniavano come un gruppo di nemici. - Sei francese, donna? Dovresti leggere il mio De bello Gallico, invece di perder tempo a massaggiar polli - ridacchiò diretto alla Child, dato che stava canticchiando la Marsigliese a squarciagola. - In Francia, o come dici tu, in Gallia, ho imparato una cosa: se sei sola in cucina e ti cade l’agnello per terra, raccoglilo. Chi mai lo verrà a sapere? - disse guardando verso il cameraman. Cesare non approvò molto, ma aiutò la donna ad impiattare. Si spostarono allora in un'altra parte dello studio, adibito a ristorantino della Belle Epoque, con tanto di lampadari luccicanti e fumo nauseabondo di sigarette (Cesare pensò che ci fosse un incendio!). -Penso che ogni donna dovrebbe avere una fiamma ossidrica - disse, a quel proposito, la cuoca. Si sedettero con una Caesar Salad ciascuno e Cesare stava per cominciare a divorare tutto. Ma Julia Child lo fermò: - Saluta il pubblico delle casalinghe americane incompetenti, non è educato mangiare senza salutare! Cesare fece un cenno al cameraman e gli chiese un primo piano. Poi, trionfante come se avesse vinto una battaglia, disse a tutta voce: - Venni, vidi e Mangiai!

Io sto morendo dal ridere, ma adesso mi tocca ritornar seria (e sapientona?) per potervi illustrare la mia versione della Caesar Salad. Io ho usato, a parte gli ingredienti indicati da Leo, cetrioli, mandorle, una salsina carina carina (denominata Senza Nome, perché è stata frutto delle mie paturnie mentali, perché, se esiste già così, non ne ho la più pallida idea!) e dei crostini speziati homemade, ideali per un'insalata come questa, ma anche da soli, per uno squisito aperitivo. 

My Caesar Salad con Salsa Senza Nome e crostini speziati 

Ingredienti
Per la Caesar Salad
- 1 insalata trocadero
- 1 manciata di mandorle tostate
- 1 cetriolo lungo
- 1 petto di pollo
Per la Salsa Senza Nome
- 3 cucchiai di olio EVO
- 100 ml di panna liquida fresca
- 2 cucchiaini di maionese
- 2 cucchiaini di senape
- 3 gocce di Salsa Worcestershire
- aceto di mele q.b.
- pepe q.b.
- 1/2 cipolla piccola
Per i crostini speziati
- 250 gr di farina di semola di grano duro
- 100 ml di acqua tiepida
- 1/2 cucchiaino di zucchero
- 12 gr di lievito di birra
- 3 cucchiai di olio EVO
- 1 pizzico di sale
- 2 cucchiai di grana
- 1 cucchiaio di semi di sesamo
- 1 cucchiaio di origano
- sale e pepe q.b.
- (altro) olio Evo q.b.

Preparazione. Cominciate dai crostini. Fate una fontana con la farina, di lato un pizzico di sale. Nell'acqua tiepida mettete lo zucchero e qui sciogliete il lievito; al centro della fontana mettete l'olio d'oliva e quest'acqua col lievito. Mescolate e cominciate a impastare fino a formare un panetto liscio ed omogeneo, che ricoprite con un panno. Lasciatelo in un luogo asciutto per farlo lievitare per circa un'ora. Quando è raddoppiato, prendete un pizzico del vostro impasto e formate tante palline, più grosse di una nocciola. In una ciotola mettete dell'olio d'oliva, in un altro mescolate sesamo, grana, origano, sale, pepe. Prendete una pallina, schiacciatela, bagnatela da un lato solo nell'olio e appoggiatela nel miscuglio di spezie. Ponete i crostini su una teglia ricoperta da carta da forno. Schiacciate ancora delicatamente con la punta delle dite e con una forchetta punzecchiate la superficie. Infornate a 200-220° per circa 10 minuti (appena sono ben dorati e croccanti, tirateli fuori!). Passate al pollo. (Massaggiatelo, se vi va, come fa Julia Child!). Ponete il petto su una padella antiaderente precedentemente riscaldata. Fatelo ben cotta, da tutti i suoi lati, poi salate e pepate solo leggermente. Passate alla salsa Senza Nome. In un barattolo mettete insieme olio, senape, maionese. Mescolate. Aggiungete la panna, le gocce di Worcenstershire. Mescolate. Pepate e mettete anche un po' di cipolla tritata davvero finemente e l'aceto di mele a piacere. Ecco pronto il condimento. Ora lavate l'insalata, asciugatela bene e ponetela a fondo del piatto o dell'insalatiera. Inserite il petto di pollo tagliato a listarelle, i cetrioli a rondelle, le mandorle tostate e condite con la Salsa Senza Nome. Come al solito, ma oggi ancor di più, Bon appètit!

Con questa ricetta partecipo alla Sfida di Giugno dell'MTC, Caesar Salad



martedì 14 maggio 2013

Taieddhra con orata, patate e zucchine



Le cozze no. Lo ripeto, perdindirindina: le cozze no. Quando ho scoperto quale era stata la scelta di Cristian, vincitore del mese scorso, per la sfida di maggio, sono stata ben contenta della scelta del suo piatto salentino, a me sconosciuto e per questo interessantissimo, ma dal profondo del cuore ho tirato fuori un rifiuto viscerale: le cozze no. Non è che non mi piacciano (anzi, potessi mangiarle di nuovo ne farei una scorpacciata!), è che ne sono allergica. Un post di qualche mese fa era proprio incentrato su questo, ma, date le circostanze, sento il dovere di riparlarne. Inizialmente entusiasta ed euforica, colta da un fremito da pre-MTC, sono diventata subito ansiosa e preoccupata: temevo che, a causa delle maledettissime (e buonissime, ahimè) cozze, sarei stata costretta a rinunciare alla sfida. Eresia, dolore, disperazione! Non sia mai, non ho nessuna voglia di saltare un MTC, mica si scherza su 'ste cose serie. Con furia scellerata, in preda ai brividi di terrore, ho letto rapidamente il regolamento del mese, con le direttive sulla possibile "contaminazione" della ricetta proposta dal vincitore, sperando con tutte le mie forze che le cozze non fossero obbligatorie. Poi, l'illuminazione, la salvezza, il respiro di sollievo: "Le cozze", ho letto quasi urlando per la felicità, "potete sostituirle". Non mi sono mai sentita così grata nei confronti delle organizzatrici dell'MTC, sempre attente alle intolleranze, sempre precise nelle spiegazioni e sempre accurate nelle loro scelte. E, grazie al cielo, ho potuto anche questo mese fronteggiare l'adorabile sfida dell'MTC, anche senza le cozze, emblema di un ricordo poco simpatico. In effetti, il tema di maggio è proprio il ricordo. 


E quale migliore peggiore ricordo del momento in cui, d'improvviso, gonfiai come una mongolfiera piena di elio? Non è propriamente un ricordo "da ricordare", ma immaginatevi la scena: state mangiando con i vostri cari e, mentre date forchettate capienti al piatto di pesce con crostacei molto invitanti, cominciate a gonfiarvi come un palloncino da bambino, facendo concorrenza ai sommergibili propagandistici o alle più belle bambole gonfiabili (paragoni per nulla rassicuranti). E poi correte in ospedale e, nel tragitto, non vi riconoscete guardandovi allo specchietto. E poi i controlli e poi lo "sgonfiamento" graduale e progressivo, dopo le punture dei dottori. Un'esperienza poco invidiabile, che le cozze mi hanno fatto rimembrare. Ma non con tristezza, s'intende: mi fa sempre molto ridere ricordarmi in quello stato, dovevo essere molto ridicola, in effetti! In ogni caso, anche senza cozze, la mia taieddhra mi è piaciuta tantissimo. Ammetto che, dopo l'esperienza "intollerante" con gamberi e crostacei vari, ho riscoperto e apprezzato sempre di più pesci nobili ma sanissimi: qual è uno che adoro? Ma certo, l'orata! Poche spine (perché grandi ed evidenti) e filetto prelibato. Così mi son data da fare anche stavolta, mettendo un po' di me stessa pur nel rispetto della variegata tradizione salentina. 



Ingredienti
- 200 gr di riso Roma
- 4 patate medie
- 2 orate fresche
- 1 cipolla grossa
- 2 zucchine medie
- 4 pomodorini di Pachino
- manciata di grana 
- peperoncino q.b.
- rosmarino q.b.
- sale q.b.
- olio extravergine d'oliva

Per il brodo di pesce
- testa e lisca delle orate
- 1 carota
- sedano
- alloro q.b.
- 1/2 cipolla
-  pizzico di sale
- Prezzemolo q.b.

Preparazione. Cominciate dalle orate. Sfilettatele e ricavatene quattro filetti puliti e senza pelle. Estraete le possibili spine con la pinza. Mettete da parte. Con le teste e le lische, assieme a carota, sedano, cipolla, alloro, sale e prezzemolo, preparate un buon brodo. Quando è pronto, preriscaldate il forno a 160°. Tagliate allora a rondelle le cipolle, le zucchine e le patate. Mescolatele insieme con olio, sale, peperoncino e rosmarino tritato finemente. Ungete il fondo della pirofila (di coccio se l'avete) con l'olio e fate uno strato con le verdure. Sciacquate il riso in una scodella e fate uno strato sottile sopra le verdure. Mettete anche i pomodorini tagliati e adagiate i filetti, in questo altro strato. Versate tre mestoli di brodo. Spolverate con il grana e fate un altro strato di verdure. Completate il tutto con un altro po' di formaggio grattugiato e irrorate di olio extravergine d'oliva. Infornate a 160° per circa un'ora e mezza. Quando si crea una buona gratinatura superficiale, la taieddhra è pronta. Bon appètit.


Con questa ricetta partecipo alla sfida di maggio dell'MTC, la Taieddhra




mercoledì 24 aprile 2013

Hot chicken chili with fresh salad and rosemary tortillas



Non scrivo su questo blog da diciassette giorni. Un nuovo record, immagino. Mi scuso tanto della mia assenza, impegni, cambiamenti e giornate compresse mi hanno totalizzato completamente. Respiro adesso, nello scrivere di nuovo, ora che ho un po' più di tempo, finalmente (per la cronaca: mentre scrivo dalla finestra entra prepotente il profumo della zagara, una fragranza che è impagabile e che mi mette di ottimo umore). Quale migliore occasione per tornare a postare ricette dell'attesissimo MTC di Aprile? Ormai questo appuntamento di tradizione e interpretazione mi è entrato nel cuore. Anche stavolta, il tema del mese, scelto dalla vincitrice Anne, ha attratto le mie papille gustative e ha messo in moto le mie celluline grige (vero, Poirot?): la cucina texana. Devo naturalmente ammettere che la sfida di questo mese è stata acclamata, in famiglia. Mio marito adora il Western: avrà visto "Balla coi lupi" almeno una quindicina di volte; l'equitazione è una delle sue passioni più forti; e,inoltre, è un vero patito della musica country. A me "la conquista del West" non mi attira molto come genere (cinematografico, per esempio), ma, dopo parecchi anni di matrimonio, me ne son fatta una ragione ho imparato ad accettarlo: pistoleri appassionati e amanti dell'aforisma, indiane troppo indifese, cavalli sempre evanescenti (che appaiono quando servono, per una corsetta improvvisa in mezzo ad assolati canyon) mi hanno sempre tenuta in disparte, mi hanno fatto respingere per principio questo mondo lontano, anche se, a dirla tutta, affascinante per la sua essenzialità, per il suo calore. Ma per l'MTC si fa di tutto.






Così, qualche sera fa, ho ri-visto "Balla coi lupi" assieme a mio marito, sul divano come due fidanzati, mentre lui, stranito, mi fissava incredulo, cercando di capire cosa si celasse dietro questo mio repentino interesse. Beh, oggi mi ha proprio scoperta, mannaggia: il mio chili ha chiarito i suoi dubbi e saziato la sua solita fame. E' stato un gran piacere cucinarlo, anche pensando a lui. Solo di una cosa non è rimasto molto convinto: perché il pollo?, mi ha chiesto. A questa domanda ho risposto subito, perché è la prima cosa che mi era venuta in mente quando ho costruito il piatto: "Immagina due cowboys che stanno per spararsi a vicenda, dopo aver contato i passi canonici l'uno dall'altro; immagina che in quel momento il loro stomaco brontoli; immagina che passi di lì una gallina malaugurata, inconsapevole del fatto che il suo destino sarà quello di essere servita con delle tortillas; immagina questo" gli ho detto all'orecchio " e dimmi se non potrebbero farne una buona scena western". Al che mi ha sorriso, e io con lui. A voi la mia proposta, dunque, e Buon MTC a tutti. E, anche se non vi piace il western, non potrete non farvi inebriare dal gusto deciso del chili texano, impreziosito da un'insalata fresca, caratterizzata dalla presenza delle sane fave del mio orto, e accompagnato da tortillas profumatissime. 




Ingredienti
Per il chili
- 400 gr di petto di pollo
- 1 rametto di rosmarino fresco
- 2 peperoncini rossi freschi
- 1 cucchiaio di olio evo
- origano q.b.
- 1 cucchiaino di paprika
- sale q.b.
- (un po' d'acqua)
Per l'insalata di contorno
- 1 cipolla rossa
- foglie di basilico q.b.
- fave fresche q.b.
- pecorino semi-stagionato q.b.
- olio extra vergine d'oliva
- sale e pepe q.b.
- olio di arachidi (per friggere)
Per le tortillas
- 500 gr di farina di grano duro
- 4 cucchiai di olio evo
- 1 cucchiaino raso di sale
- 1 rametto di rosmarino fresco
- 1 cucchiaino di lievito chimico non vanigliato
- 200/250 ml di acqua tiepida

Preparazione. Infornate i peperoncini a circa 200°: quando sono abbrustoliti, metteteli in un sacchetto di plastica, spellateli, eliminate i semi e tagliuzzate col coltello. A questo punto tagliate a tocchetti il petto di pollo e mettetelo in una ciotola: cospargetelo di rosmarino (tagliato finemente), paprika, sale, origano e, infine, un cucchiaio di olio extra vergine d'oliva. Mescolate bene, per far aderire alla carne. Mettete i tocchetti in una pentola di coccio e fate cuocere a fuoco molto lento per circa quaranta minuti (controllate bene la cottura e, se è necessario, aggiungete un po' d'acqua). Quando sarà pronto, lasciatelo riposare: sarà ancora più buono se lo gusterete il giorno dopo. Servitelo assieme ad una buona insalata. Per prepararla cominciate dal basilico, che darà un tocco di croccante delizia al tutto: lavate e asciugate bene delle grosse foglie di basilico e friggetele in olio caldo per qualche secondo (state attenti a non scottarvi!). Tagliate a rondelle una cipolla rossa e sgusciate delle fave fresche e tenere. Tagliate a piacere il pecorino, componete l'insalata di contorno e conditela con un buonissimo olio extravergine d'oliva, assieme a sale e pepe. Altro accompagnamento essenziale sono le tortillas. In una ciotola mettete la farina, il lievito, il sale. Mescolate bene ed incorporate l'olio evo, strofinando con le mani, ottenendo un composto sabbioso e umido, a cui unite un rametto di rosmarino fresco tritato finemente. Allora versate a filo e pian piano l'acqua tiepida: ottenete un panetto liscio e omogeneo. Formate delle palline quando una noce e coprite con un panno umido, lasciandole riposare per circa venti minuti. Riscaldate la padella antiaderente a fuoco moderato e, dopo aver steso col mattarello ogni pallina, dando una forma più o meno circolare, fate dorare ambo i lati, ottenendo le vostre croccanti tortillas al profumo di rosmarino. Bon appètit.

Con questa ricetta partecipo alla sfida di Aprile dell'MTC, Chili con carne



mercoledì 13 marzo 2013

Fideuà del capitano



<< La cambusa era in fermento, ma dentro le pentole non bolliva ancora niente. Ramiro, il povero cuoco di bordo, ne aveva abbastanza, si era proprio stufato. Ad alta voce, facendosi sentire da tutta la ciurma, intenta ancora alla pesca, e munendosi di mestolo di legno in segno di solennità, giurò che non avrebbe mai più, in vita sua, cucinato della paella. E aveva tutte le ragioni per indignarsi, il povero Ramiro, sfiancato nella sua fantasia culinaria dalla monotona fame del capitano Fernando. Egli era un'ottima forchetta, questo non si poteva negare, ed apprezzava sempre il suo cibo. Il problema era un altro: mangiava solo paella, a pranzo, a cena, e, qualche volta, in casi di grande abbondanza, anche a colazione. Era un paella-dipendente e Ramiro doveva disintossicarlo a tutti i costi, anche perché questa storia della paella gli dava il voltastomaco, cosa che nemmeno gli urti della nave gli provocavano ormai da tempo. Si mise, allora, a pensare. Mancavano solo due ore al pranzo e il capitano Fernando canticchiava al timone, pregustandosi la paella fresca del suo cuoco fidato. Questi non voleva di certo farlo irritare, dati i precedenti: una volta, a causa di scarsità di gamberi, Ramiro gli aveva servito una paella priva di questi freschissimi pesci, e per poco non lo gettava in mare per farlo annegare volutamente, per la sfacciataggine di presentare una paella senza gamberi, una cosa inaudita! La questione era, quindi, urgente e delicata: come variare il pasto di quel giorno, creando un piatto nuovo, un po' vicino ai gusti rigidi del capitano, senza ferirne l'orgoglio e senza provocare da sé la propria morte?
Si sedette su uno sgabello naturalmente traballante e cominciò a pensare di essere finito in un vicolo cieco. Il caso volle che passò da quelle parti un peschereccio della vicina Sicilia. I due capitani si conoscevano e la pesca venne momentaneamente interrotta per scambi cordiali di cortesia e discussioni accese tipiche dei marinai. Anche Ramiro uscì allo scoperto, andando incontro alla ciurma siciliana. Fu in quel momento che vide una donna dalla pelle dorata per il sole cocente, le labbra rosate e le membra calienti. Quella era Donna Rosalia, la cuoca dei pescatori venuti dalla Sicilia. Ella fece un occhiolino a Ramiro, il quale immediatamente arrossì. Scappando come un fanciullo alle prime armi, si rintanò nella cambusa, tremando per l'amore e per la paura: non vedeva un'esemplare del gentil sesso da troppi giorni e non poteva non dirsi spacciato, venendo a sapere che spagnoli e siciliani avrebbero pranzato assieme ciò che lui avrebbe cucinato. Cosa, era il problema. Paella, dite? Non se ne parla, si disse Ramiro, non cederò alle lusinghe della monotonia. Ma poi, disilluso, scoppiò a piangere come un neonato. Una mano calda gli tolse le lacrime e gli accarezzò il mento dalla barba ispida, non fatta. Donna Rosalia gli donò un bacio e gli disse che aveva una buona idea per aiutarlo. Si misero ai fornelli. La siciliana, muovendosi sinuosamente e ammiccando, si occupò dei calamari, del brodo, del finocchietto selvatico e di alcune sarde prese dalla sua cucina di bordo. A Ramiro fece spezzettare degli spaghetti provenienti dall'Italia, dei pomodori rossi come le sue labbra. Il piatto fu pronto in un batter d'occhio, come quello luccicante di Donna Rosalia. Ramiro tremava e un altro bacio di passione lo rinvigorì e gli infuse il coraggio necessario. Il capitano Fernando sedeva col suo compare e lodava le facoltà culinarie del suo Ramiro, specializzato soprattutto in paelle divine, a suo dire. Ramiro deglutì, guardò preoccupato Donna Rosalia e sospirò. Davanti al piatto di fideuà - così Donna Rosalia aveva suggerito di chiamare la ricetta - i marinai non seppero resistere: vuotarono tutto e chiesero il bis. Lo sguardo del capitano, che ancora divorava forchettate in silenzio, terrorizzava Ramiro. Appena ebbe finito, fece solo una cosa, senza parlare: applaudì. Iniziò lui, e poi gli altri lo seguirono. Tutta la ciurma applaudiva, tutta la ciurma era entusiasta. Donna Rosalia fece un altro occhiolino al suo Ramiro, soddisfatta. Solo allora il capitano Fernando, facendo un brindisi e fermando la caciara, disse a squarciagola: "Da domani fideuà per tutti, ragazzi!" E da quel giorno, su quella nave proveniente dalla soleggiata Gandia, si mangiò soltanto fideuà, e soltanto quella. >>

Anche per l'MTC di Marzo, ho voluto giocare un po' con le parole, per esprimere la mia gioia nel mescolare tradizioni e storie di verse, sempre all'insegna di una sana contaminazione (in questo caso, la fideuà originale e alcuni ingredienti tipici siciliani, che con un piatto mediterraneo come questo non possono non andare a nozze). Ricamare sulla leggenda della nascita della fideuà è stato divertentissimo, pertanto spero che vi piaccia la mia rivisitazione letteraria, ma anche culinaria, s'intende. E' proprio vero che l'MTC è un viaggio continuo: grazie a Mai, questo mese siamo in Spagna, miei cari, e la fideuà sa di mare, di sole, di natura, di genuinità. E' un piatto radioso secondo me, ecco perché ho voluto dargli uno spirito positivo e forte, come la mia storia. Adesso non ci resta che vedere come si fa questa Fideuà del capitano. Mi raccomando: se è di vostro gradimento, applaudite al cuoco Ramiro! 

Ingredienti 
- 500 gr di spaghetti spezzettati (fideus)
- 4 pomodori maturi
- 1 spicchio d'aglio
- 350 gr di calamari
- 350 gr di sarde
- 1/2 cucchiaino di paprika dolce
- 1 pizzico di pistilli di zafferano
- sale e pepe
- 1 punta di zucchero
- 1 manciata di pinoli
- 1 manciata di uva sultanina
- finocchietto selvatico q.b.
- pangrattato tostato q.b.
- olio evo q.b.
Per il brodo di verdure
- 3 l di acqua
- 1 cipolla bionda
- 1 gambo di sedano
- 2 carote
- 1 gambo di prezzemolo
- sale 
Per la salsa
- 2 spicchi d'aglio
- 1 manciata di pinoli
- 2 filetti d'acciuga sott'olio
- finocchietto selvatico q.b.
- 1 tuorlo d'uovo
- olio evo q.b.

Preparazione. Occupatevi del brodo. Lavate e mondate le verdure, ponetele in una pentola con l'acqua e fatele cuocere a fuoco lento per almeno un'ora. Salate e mettete da parte. Nel frattempo spezzettate i vostri spaghetti (fate dei fideus di circa 3 cm). Pulite e sfilettate le sarde, lavate e tagliate ad anelli i calamari. Sbollentate i pomodori, sbucciateli e tagliateli a piccolissimi pezzetti. Lavate il finocchietto e dategli una rapida sbollentata. Scolate e mettete da parte. Tostate una manciata di pangrattato, mettete in acqua fredda l'uva sultanina per una mezzora e tostate anche i pinoli. Adesso interrompete la preparazione della fideuà, per preparare la salsa di accompagnamento, che sarà pronta al momento necessario. Con il frullatore ad immersione realizzate una sorta di salsa-pesto con pinoli, finocchietto selvatico sbollentato, due filetti d'acciuga, due spicchi d'aglio, un tuorlo e olio, da aggiungere man mano. Quando la salsa vi sembra della consistenza giusta, mettetela da parte. A questo punto cominciate, avendo ormai tutti gli ingredienti pronti, a realizzare la fideuà. In una paellera versate un filo d'olio, dove tostate gli spaghetti, stando attenti a non bruciarli. Metteteli da parte. Sempre nella paellera aggiungete dell'altro olio evo per soffriggere i calamari per qualche minuto, salando e pepando. Metteteli da parte. Versate un altro filo d'olio e soffriggete le sarde, per pochi minuti, da ambo i lati, senza romperle. Mettetele da parte. Adesso versate altro olio, soffriggete uno spicchio d'aglio tagliato finemente, aggiungete i pomodori, una punta di zucchero, una manciata di finocchietto e un primo mestolo di brodo. Quando questa salsetta si riduce, mettete lo zafferano e la paprika dolce. Aggiungete brodo abbastanza da cuocere la pasta: quando comincia a bollire, buttate gli spaghetti spezzettati e, sempre mescolando, cuoceteli. Man mano aggiungete mestoli di brodo, a seconda della necessità. Un paio di minuti prima della cottura completata, aggiungete i calamari, l'uvetta, e per ultime le sarde. Terminata la cottura (la mia è stata di circa 15 minuti), spolverate con del pangrattato tostato e aggiungete un po' di pinoli. Accompagnate la fideuà con la salsa con finocchietto e acciughe. Bon appètit!

Con questa ricetta partecipo alla sfida di Marzo dell'MTC: La fideuà




lunedì 11 febbraio 2013

Red Velvet Honeymoon Cake



L'esperienza della prima sfida dell'MTChallenge è stata meravigliosa: ho toccato con mano una tradizione e l'ho resa mia, con rispetto e cura. L'essere stata scelta per i 30mm ha coronato una sfida che, per quanto mi riguarda, mi ha aperto gli occhi e mi ha dato soddisfazioni che non dimenticherò. E questo mese si cambia musica, ehm, si cambia piatto, volevo dire! La bellezza dell'MTC è proprio questa, la varietà: di sapori, di vite, di invenzioni, di abbinamenti, di tradizioni. Questo mi affascina e mi fa sorridere di cuore. Pertanto, nuovo mese, nuovo tema su cui bisogna cimentarsi e mettercela tutta: la cucina senza glutine, da applicare in un dolce che non conoscevo, la Red Velvet Cake. La scelta di febbraio mi è sembrata molto indicata e abbastanza tosta. Cucinare è la cosa meno egoistica di questo mondo, secondo me: non si cucina solo per sé, è necessario che ci sia qualcuno, anche uno soltanto, a cui condividere una passione, a cui far assaggiare il frutto della nostra fatica, il prodotto dell'inventiva, il risultato di mille e pazzi tentativi. Altrimenti non c'è gusto, altrimenti non c'è cucina. Partendo da questo sacrosanto presupposto, stavolta mi son messa nei panni di un celiaco. Fortunatamente oggi le cose sono un po' cambiate, ma prima si era davvero poco accorti. Mi ricordo scene disastrose nei ristoranti, per esempio, quando i clienti venivano presi per "esigenti", invece di essere ascoltati. Cucinare per altri è anche ascoltare gli altri: capire le esigenze, i problemi, l'altro, in ogni sua sfaccettatura. Non si può cucinare per un altro senza capire chi è. Cucinare per un celiaco è comprenderne la difficoltà e cercare di venirgli incontro per evitarla. Il risultato è una tavola imbandita. Immaginatela: tutti seduti davanti al proprio piatto colmo di amore, tutti, proprio tutti, senza nessuno che guardi in aria, dispiaciuto che il suo piatto sia d'un bianco insopportabile, lindo da far paura, per nulla amorevole, freddo, vuoto, muto. E questa tavola imbandita, in cui tutti sorridono affondando la forchetta o mangiando un pezzo di una torta rossa come il velluto, me la son figurata fin dall'inizio e la vedo ancora adesso, mentre vi scrivo, sperando di metterla in atto, di realizzarla con chiunque venga a condividere qualcosa di mio. Con questo spirito ho preparato la torta: l'ho denominata Red Velvet Honeymoon Cake, perché, rispettando alla lettera il procedimento dell'impasto di Stefania, come da regolamento, ho variato la ricetta celiaca, stando attenta all'uso di ingredienti senza glutine, farcendola con una crema di ricotta e miele, finissima, morbidissima e profumatissima. "Honeymoon", perché la lucentezza della copertura mi ha fatto pensare che questo dolce, tipico di S.Valentino, potrebbe andare benissimo per festeggiare una luna di miele dolcissima. Vi lascio alla preparazione, contenta del fatto che, se venisse a trovarmi un celiaco, avrei qualcosa di buono da servirgli, assieme ad una calda tazza di tè. 


Ingredienti
Per la torta (dosi di Stefania)
- 160 gr di farina di riso sottilissima tipo amido (LoConte)
- 60 gr di fecol (Auchan)
- 30 gr di Maizena
- 1/2 cucchiaino di sale
- 8 gr di cacao amaro (Venchi)
- 110 gr di vurro non salato a temperatura ambiente
- 300 gr di zucchero
- 3 uova medie
- 1 cucchiaino da caffè di estratto di vaniglia
- 240 ml di latte e 1 cucchiaino di limone per il buttermilk
- 1-2 cucchiai di colorante rosso (LoConte)
- 1 cucchiaio di aceto bianco
- 1 cucchiaino di bicarbonato di sodio
Per la farcia
- 900 gr di ricotta fresca di pecora 
- 2 cucchiai di miele di fiori d'arancio
Per la copertura
- 450 gr di ricotta fresca di pecora
- 500 ml di panna fresca da montare
- 1/2 cucchiaio di zucchero a velo
- 1 cucchiaio di miele di fiori d'arancio
- 5 fragole (+ un cucchiaino di miele)


Preparazione. Pre-riscaldate il forno a 175°C. In un recipiente mescolate le farine, il sale, il cacao. In un altro recipiente, sbattete il burro per 2-3 minuti, finché sarà soffice e poi aggiungete lo zucchero e sbattete per altri 3 minuti.Aggiungete le uova, una alla volta, sbattendo 30 secondi dopo ogni aggiunta. Mescolate il colorante al buttermilk e quindi versate poco per volta al composto di burro, alternando le polveri al buttermilk. Possibilmente iniziate e finite con la farina. Aggiungete anche la vaniglia e mescolate. In una tazzina (capiente) mescolate il bicarbonato all’aceto bianco, facendo attenzione a versarlo subito nell'impasto (altrimenti ve lo troverete per tutta la cucina) e incorporatelo bene con una spatola. Imburrate due teglie da 20 cm e spolverizzate con farina di riso. Fate cuocere per 40/45 minuti, o finché non vedete che è cotto (con il trucchetto dello stuzzicadenti!). Lasciate raffreddare la torta dentro la teglia (potete usarne anche una in silicone, ma è meglio usare la  carta forno per evitare contaminazioni) per 10 minuti. Poi toglietela dalla teglia e lasciatela raffreddare, quindi fasciatela nella pellicola trasparente. Fatela riposare in frigo per diverse ore (io l'ho lasciata tutta la notte). In questa maniera sarà più facile da tagliare senza che si sbricioli e sarà più semplice mettere la farcitura. A questo punto preparatela. Mettete in una ciotola la ricotta, aggiungete i due cucchiai di miele e mescolate bene, fino ad ottenere una crema liscia ed omogenea. Allora tagliate la base della prima torta in due e fate lo stesso con la seconda torta. Riempite di crema ogni disco (io ho eliminato un disco della seconda torta, facendo in tutto due strati di crema, poiché la quantità di ricotta che ho usato non sarebbe bastata a farne un terzo!). Passate alla copertura. In una ciotola montate la panna con lo zucchero a velo. In un'altra mescolate la ricotta con un cucchiaio di miele. Unite i due composti e sbattete con le fruste elettriche per un paio di minuti. Ricoprite l'esterno di tutta la torta. Al centro, con le fragole tagliate a fettine, formate un disegno più o meno floreale, a vostro piacere, e, con l'aiuto di una sac à poche, decorate i lati della torta con piccoli ciuffetti tutto intorno. In un pentolino mettete un cucchiaino di miele, scioglietelo in pochi secondi, e spalmatelo, usando un pennello, sulle fragole, donando a queste lucentezza. Mettete in frigo e servite ai tutti i vostri ospiti. Bon appètit.

Con questa ricetta partecipo alla Sfida di febbraio dell'MTC: Red Velvet Cake



domenica 13 gennaio 2013

Pici alla contadina con ricotta, carciofi e nocciole



Sono emozionata. Partecipo per la prima volta all'MTC e sono emozionata. Questa primissima sfida mi ha colpito molto e penso che rimarrà salda nei miei ricordi. Da quanto ho potuto sondare, leggendo attentamente qua e là e respirando l'atmosfera che ne traspare, l'MTC non è solo una gara tra food blogger, non è una competizione tra rivali: piuttosto è uno scambio di tradizioni, un incontro di sapori e avventure, una valanga di allegre elaborazioni, un tornado di colori e fantasie. I pici, ecco l'argomento di questo mese. Devo ammettere di non averli né assaggiati né preparati prima e vi dico con sincerità e col sorriso sulle labbra che assaggiarli e prepararli è stato divertente, emozionante, piacevole. Questa pasta (senza uova) non è solo una pasta, e Patty ha saputo dire in cosa consista la sua magia, il suo sapore unico, la sua tradizione semplice, essenziale ed imperfetta. Questo è il picio, almeno così io l'ho percepito e l'ho fatto mio. Con la tradizione bisogna stare attenti, ma è bello anche giocare, innovare con devozione. E' quello che ho voluto fare, tenendomi chiaro a mente un obiettivo: preparare un piatto contadino, con la mia semplicità adorata, che sapesse di terra, che sapesse di mani antiche, stanche e amanti della cucina, anche di quella rustica. Ho scelto così i miei ingredienti: immaginatevi la ricotta fresca di pecora, genuina, fatta da un pastore di molto tempo fa; immaginatevi una contadina che raccoglie i suoi carciofi e si spina come una principessa incompresa; immaginatevi un cesto di nocciole di bosco e la gioia negli occhi dei bambini. Io ho pensato a tutto questo e l'ho voluto mettere in un piatto. Ecco a voi i miei Pici, ve li offro con amore. Vi lascio un consiglio: se non avete mai filato i pici, vi siete persi una bellezza che non limiti. E siete ancora in tempo.


Ingredienti
Per i pici (ricetta di Patty)
- 200 gr di farina 00
- 100 gr di farina di semola rimacinata
- 2 cucchiai d'olio evo
- 1 pizzico di sale
- acqua q.b.
Per il condimento "alla contadina"
- 300 gr di ricotta fresca di pecora
- 2 carciofi medi
- 1 manciata di nocciole tostate
- prezzemolo q.b.
- olio evo q.b.
- sale e pepe q.b.
- 1 spicchio d'aglio
- 1 scalogno
- 1 limone


Preparazione. Fate la fontana con le due farine miscelate. Versate l’olio, il pizzico di sale e cominciate a versare lentamente l’acqua, incorporando la farina con una forchetta. Attenzione al sale. Non esagerate perché questo indurisce la pasta. Quando la pasta comincerà a stare insieme, cominciate ad impastare con energia utilizzando il palmo delle mani vicino ai polsi. Se necessario, aggiungete acqua o farina. Piegate la pasta su se stessa come quando impastate la pasta all’uovo e non stirate mai troppo l’impasto per non sfibrarlo. “Massaggiate” con energia per almeno 10 minuti. Ricordatevi che la vostra “palla” di pasta è una cosa viva, dovete volerle bene. Dovrete ottenere una pasta liscia, vellutata e abbastanza morbida. Fate riposare una mezz’ora avvolta nella pellicola. Quando la pasta è pronta, tagliatene un pezzetto e fatene una pallina, quindi sulla spianatoia stendetela con il matterello ad uno spessore di 1 cm. Con un tagliapasta o un coltello affilato, tagliate tante striscioline larghe c.ca 1 cm e coprite il resto della pasta con la pellicola affinché non si secchi. Cominciate a "filare" i pici, rollando la pasta con il palmo delle mani e contemporaneamente stirandola verso l'esterno. Quando si tirano pici molto lunghi, la tecnica è quella di tirarli da un lato tenendo l'altra estremità con il palmo e piano piano allungandoli fino ad esaurire la pasta. Una volta tirato il vostro picio, fatelo rotolare nella farina di semola o di fioretto affinché non si appiccichi agli altri. A questo punto siete pronti per il condimento. Estraete il cuore dei carciofi e tagliatelo in fettine sottili. Immergetelo nell'acqua con il succo del limone, in modo da evitare che s'annerisca. In un pentolino mettete un po' d'olio, un aglio in camicia schiacciato, e soffriggete i carciofi, ben scolati, assieme alle nocciole tostate un po' spezzettate. Salate e pepate. In una padella capiente versate dell'olio, soffriggete lo scalogno a piccoli pezzi e aggiungete la ricotta, mescolando bene per un paio di minuti. Spegnete il fuoco e mettete una buona manciata di prezzemolo. Mescolate ancora. Cuocete i pici in acqua salata per circa cinque minuti: appena salgono a galla e il bollore ricomincia, scolateli. Versateli nella ricotta, amalgamate bene il tutto e servite mettendo sopra i vostri saporiti carciofi con abbondanti nocciole. Se gradite, aggiungete un'altra manciata di prezzemolo fresco. Bon appètit.

Con questa ricetta partecipo al Contest: I pici, sfida di gennaio, MTC



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